Sessualità e identità – parte 2
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Sessualità e identità
Sessualità e identità: sempre di amore si parla, sempre di amore si vive
“Le api e i fiori…
da Primavera
Probabilmente nessuno lo spiega più così
il sesso ai bambini…
Anche se poi a pensarci,
il meccanismo è sostanzialmente quello.”
di Alessandro Vanoli
Donne che amano donne e uomini che amano uomini e uomini che amano donne: sempre di amore si parla, sempre di amore si vive. “L’omosessualità è uscita dalle patologie del DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali) nel 1984 e quello che fino a poco fa era il disturbo di identità di genere, in riferimento alle persone che vivono il prepotente desiderio di essere del sesso opposto, non è più considerato disturbo nel 2016” (Costanza Jesurum, Dentro e fuori la stanza, Minimum Fax, Roma, 2017).
Ed è stato molti anni prima che con le parole di André Gide, le conclusioni di Alfred Kinsey e le riflessioni di Vittorio Lingiardi già abbiamo avuto traccia di come le cose, restando in tema di sessualità, non siano tutte bianche o tutte nere. …La natura non si esprime per mezzo di categorie discrete, che sono piuttosto un’invenzione della mente umana quando cerca di forzare i fatti in compartimenti separati. La sessualità… trova per ciascun individuo la sua specifica forma di espressione. (V. Lingiardi, Compagni d’amore, Raffaello Cortina Editore, 1997, Milano).
“Siamo stati tanti
da La gioia all’improvviso
nel corso della nostra vita:
non ha senso che ci chiamiamo
sempre con lo stesso nome.”
di Manuel Vilas
La maniera di vivere la nostra sessualità si collega sì alla conoscenza del nostro corpo, ma anche alle idee, ai valori e ai tabù che ci possono influenzare nel metterci in relazione con l’altro. Il pregiudizio assume a volte forme ambigue. Sebbene si pensi di non avere preconcetti, delle forme sottili che si arriva a esplicitare spesso non si è consapevoli. E, di fronte agli orientamenti sessuali, capita di frequente che si scivoli in stereotipi. Quando però il modo in cui ci sentiamo visti e giudicati tocca la nostra identità di genere, gli effetti che ne conseguono possono risultare difficili da gestire.
“Ci sono odori che ti portano via. La rosa, certe rose, con me possono farlo” mi disse L qualche minuto dopo aver aperto la nostra prima seduta. E l’essere finalmente riuscita a chiedere aiuto dopo anni di dolore e confusione per il suo sentirsi in un corpo sbagliato fu quanto condivise quando mi chiese un supporto psicologico nell’avvio della terapia ormonale per il cambiamento di sesso. Nel presentarsi con un nome maschile ci tenne a precisare che l’iter legale diretto alla rettificazione del sesso e al cambio del nome era ancora in corso.
L’intervento chirurgico per la transizione da femmina a maschio le era stato presentato come lungo e complicato, tuttavia il suo sentirsi profondamente maschio si accompagnava alla volontà estrema di fare tutto il possibile per cambiare quelle caratteristiche corporee nelle quali da troppo tempo non si riconosceva affatto. Tra le caratteristiche che rimandano alla “disforia di genere” si può riconoscere il disagio provato da una persona rispetto al sentimento di mancata corrispondenza tra il proprio genere percepito e quello assegnato alla nascita.
Si dice che la sessualità è (o potrebbe essere?) il più preciso rivelatore della nostra composizione interna, del nostro essere, insomma (A. Dufourmantelle, Sesso e filosofia, Donzelli editore, Roma, 2004). E quando il nostro essere si rivela, per quanto difficile possa essere affermare la nostra unicità, c’è sempre un momento nel quale una porta si apre e il presente ci svela una nuova immagine di noi. Accoglierci nella nostra autenticità è un’esperienza preziosa e sebbene per qualcuno possa essere più complesso arrivare ad aprire quella porta, il sentimento di coerenza interna che può derivarne spesso vale la pena dello sforzo fatto.
E nel riportare, infine un cameo dall’ultimo incontro con S, un giovane dallo sguardo acceso e dall’eloquio rapido, al termine del suo percorso di psicoterapia, conservo e diffondo le sue parole “sa Dottoressa, la cosa più divertente che trovo ora è che spesso lottiamo per nascondere gli aspetti più imbarazzanti così da sembrare più accettabili e poi ci accorgiamo, come è per me ora, che il sentirmi completo arriva dal mettere insieme tutte le mie esperienze, anche quelle spiacevoli”.
Già, riprendere in mano i nostri fili, scoprire che quelli che pensavamo essere nodi possono rivelarsi intrecci colorati delle nostre complesse e vivaci sfumature è un’emozione intensa e contagiosa. Ed è anche con questa qualità di sguardo che possiamo avvicinare la nostra e altrui sessualità.
Gladys Pace
Psicologa-psicoterapeuta, specialista in Psicologia clinica

