Oltre l’età matura – parte 1

Oltre l’età matura

Menopausa e andropausa portano cambiamenti biologici ma, anche ad una certa età, il bisogno di affetto, di relazione, di tenerezza e di riconoscimento resta immutato.

Vivere la vecchiaia

I passaggi che vedono uomini e donne, con l’avanzare degli anni, andare incontro a cambiamenti, che alcuni attraversano gradualmente e di cui altri risentono in modo intenso, fanno parte di un processo naturale che siamo lontani dal considerare una malattia. Le modificazioni su base ormonale che si presentano in questo periodo e gli aspetti correlati che possono impattare sul quotidiano oggi possono essere gestiti adottando uno stile di vita il più possibile sano e con eventuali terapie personalizzate.

Nell’età della maturità la sessualità va incontro a mutamenti che, seppur evidenziandosi in maniera differente nell’uomo e nella donna, inducono nel tempo un ridimensionamento della capacità sessuale.
Il cambiamento nella secrezione ormonale che, oltre ad incidere sulla capacità di generare figli, porta la donna ad assumere un carattere più mascolino e l’uomo a sviluppare caratteristiche più femminili può arrivare a modifiche visibili nei tratti del viso oltre che nella forma fisica.
Tuttavia è bene ricordare che i cambiamenti naturali e fisiologici dell’invecchiamento non sono sempre un ostacolo sul versante della sessualità.

Rita Levi Montalcini (L’asso nella manica a brandelli, 1998), oltre a descriverlo chiaramente, ci ha mostrato attraverso le sue esperienze come la vecchiaia possa essere vissuta in modo positivo, acquisendo una visione della vita più ampia di quanto sia possibile negli anni della piena attività lavorativa.
E a questo ha aggiunto che la creatività nell’età senile può manifestarsi in forme nuove.
Per citare un esempio, Andrea Camilleri che, superati i 90 anni, continua a scrivere nonostante i seri problemi agli occhi, racconta che forse è proprio questo disturbo ad amplificare la sua immaginazione.

Anche la vecchiaia può essere affrontata
in modo più o meno felice.

Un’età da abitare
di Fabio Moser, Rita Pezzati e Boris Luban-Plozza

Quando nella società si celebravano le fasi principali di crescita attraverso dei rituali, l’età della menopausa e dell’andropausa era quella in cui un guerriero poteva diventare un capo, o quella in cui si entrava nell’assemblea degli anziani o delle donne sagge e si contribuiva alla vita della comunità con responsabilità di conduzione e di governo. Coincideva con la fine della creatività fisica, con il passaggio del testimone alla generazione dei figli e l’avvio della creatività mentale e spirituale (Giannotti, Psicogenealogia ed energia vitale, 2015).

Attualmente nella società moderna l’invecchiamento può essere vissuto con difficoltà, non sempre legate a specifici eventi. Talvolta la complessità si presenta nel solo avvicinarsi a questa fase evolutiva.
Ricordo, qualche tempo fa, l’arrivo in studio di un signore di 71 anni, il signor G.
«Non sono mai stato da uno psicologo» disse entrando in studio «e se ho deciso di chiamare è perché ho letto di un suo articolo in cui parlava della memoria e io ultimamente mi accorgo di dimenticare diverse cose, piccole cose che, però, possono diventare grandi».

Quando gli ho chiesto di più, le paure emerse erano dell’ordine del lasciare il gas acceso, del rimanere chiuso fuori casa e del non voler scomodare nessuno «perché non voglio essere un peso».
In quel caso sono state sufficienti poche sedute per accompagnare il paziente alla presa di contatto con la necessità di un aiuto che avrebbe potuto incidere notevolmente in termini positivi sulla sua qualità di vita.

Il processo naturale, che induce un genitore a prendersi cura dei suoi figli quando sono piccoli e incapaci di provvedere a sé, che il paziente riconosceva di aver compiuto, non è molto distante dall’analogo processo di cura che un figlio può sostenere quando il genitore anziano necessita a sua volta di attenzioni.
Oltre a essere animali sociali, noi esseri umani, siamo creature forti e fragili a un tempo e nel supporto reciproco possiamo trovare nuove energie, oltre che una rinnovata vitalità.

Quando il paziente ha accettato di chiamare i suoi figli, questi si sono dimostrati non solo disponibili, ma anche contenti di poter finalmente prendersi un poco cura del papà. Dopo lunghi anni nell’esercito, il signor G. si è lasciato finalmente avvicinare e coinvolgere nelle vite, fino a quel momento estranee, dei suoi cari, nonostante la forte relazione che, in poco tempo, si è mostrata in tutta la sua profondità.

Quando si è giovani,
si è giovani, più o meno,
tutti nello stesso modo.
Vecchi, se si resta
in vita abbastanza,
lo si diventa ognuno
a modo suo

Il terzo tempo
di Lidia Ravera

Gladys Pace
Psicologa-psicoterapeuta, specialista in Psicologia clinica

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