Musica e cura – parte 1

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Musica e cura

La musica è un dono prezioso in grado di renderci più forti.

“La musica è al tempo stesso
la più meravigliosa e la più viva delle arti
– e la più astratta, la più perfetta,
la più pura – e la più sensuale.”

da Rinata – Diari e Taccuini 1947-1963
di Susan Sontag

Le note hanno una capacità unica nel veicolare messaggi e il potere magico di avvicinare. C’è chi per esempio, musicista ed ex professore, tale Lorenzo Baglioni, si muove nella rete attraverso canzoni “didattiche” affrontando temi sensibili, all’insegna del sorriso e sul filo dell’ironia. È la musica stessa ad avere in sé qualcosa di molto particolare: il suo ritmo e i suoi contorni melodici, così diversi da quelli della parola; e la sua connessione particolarmente diretta con le emozioni, scrive O. Sacks (Musicofilia, Adelphi Edizioni, Milano, 2007).

Oltre al fatto, aggiunge nella prefazione, che “noi esseri umani siamo creature musicali”. Per lo più in grado di percepire la musica, ne integriamo i vari aspetti (l’armonia delle note, l’altezza, il timbro) e servendoci di parti diverse del cervello mentalmente la “costruiamo”. E non solo mentalmente, a volte

Il caso di J.

Ricordo infatti quando anni fa arrivò nel mio studio una bambina, accompagnata da un papà molto preoccupato da alcuni suoi comportamenti che temeva sfociassero nell’antisocialità. Quando la conobbi, J mi disse di essere annoiata da tutte le situazioni che le compagne di scuola o amiche del vicinato sembravano trovare molto divertenti, mentre quello che la distraeva da uno stato protratto di noia e a tratti di insofferenza era alfabeto greco per tutti gli altri. “Alfabeto greco?” ricordo di averle rimarcato. “Sì” continuò “hai presente l’armonica, le maracas, il tamburo, il bastone della pioggia?” Strumenti musicali?” le chiesi. “Già, beh, a me piace costruirli, non è difficile.

Da quando maestro G ci ha spiegato come fare il tamburo ho scoperto tante altre cose.” E voilà che, da lì in poi, una seduta dopo l’altra J ha iniziato a manifestare una straordinaria sensibilità alla musica, al fare musica. E i furti di cartone, di bastoni e scatole di latta, di cui avevano riferito malamente dalla scuola al papà, si rivelarono essere tentativi non compresi di recuperare per J quel materiale di riciclo necessario ad alimentare una sana e stimolante creatività.

“…per conoscere dobbiamo cominciare
a conoscere noi stessi
che ci rapportiamo al mondo.”

da Sistemi che osservano
di Heinz von Foerster
a cura di Mauro Ceruti e Umberta Telfner

La narrazione ci permette di temporalizzare la storia. E quando noi raccontiamo di quel giorno di sei anni fa nel quale svegliandoci in tenda nel fresco di un mattino estivo abbiamo per la prima volta sentito quella canzone, nel qui e ora ritroviamo oltre ai suoni e ai ricordi di quel momento passato, le attuali emozioni che condividiamo nel presente. E nell’attenzione a quella storia, evocando il momento passato, facciamo posto al nuovo.

L’autore israeliano Etgar Keret, in un’intervista (La fine e l’inizio, L’Espresso, 26/04/2020), dice che la storia che raccontiamo è sempre il risultato di una scelta. Noi decidiamo cosa narrare e cosa no. E quando il bisogno è di capire cosa fare della nostra vita e tra quello che i genitori, i professori o gli amici ci dicono e quello che ci esplode dentro, sembra esserci una distanza infinita aprire uno spazio per comprendere dove siamo e come possiamo aiutarci può fare la differenza.

Gladys Pace
Psicologa-psicoterapeuta, specialista in Psicologia clinica

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