La vitamina D – parte 2

La vitamina D

Chiamata anche la vitamina del sole, la vitamina D è un sostegno importante per la salute del nostro organismo. Negli ultimi anni la vitamina D è stata oggetto di attenzione crescente da parte dei ricercatori e del pubblico, anche per un suo supposto ruolo nella prevenzione dell’infezione da Sars-CoV-2.

Stati di grave carenza

Gravi carenze di vitamina D comportano condizioni come il rachitismo, nei bambini in crescita, e l’osteomalacia, una patologia che rende le ossa più fragili e soggette a dolore e fratture, negli adulti. La carenza di vitamina D è anche uno dei fattori di rischio per l’osteoporosi. Recenti ricerche hanno messo in evidenza l’associazione tra bassi livelli di vitamina D e svariate condizioni cliniche, dal diabete alla malattia di Crohn, dalla sclerosi multipla alle malattie cardiovascolari. Tuttavia, a oggi, non esistono dati certi sull’efficacia della supplementazione con vitamina D nel migliorare il decorso clinico di queste malattie.

Altri studi sono in corso, e probabilmente nei prossimi anni la ricerca saprà dare risposte più precise in merito. Quello che è invece certo, è che l’assorbimento della vitamina D nell’intestino può essere ridotta o compromessa dalla presenza di condizioni come la celiachia o le malattie infiammatorie intestinali, che riducono l’assorbimento dei grassi. È possibile inoltre che l’uso di alcuni farmaci, come antiepilettici, antineoplastici, antibiotici, alcuni antipertensivi e i trattamenti prolungati con il cortisone, possano influire sui livelli di vitamina D.

Occorre infine sapere che anche un eccesso di vitamina D può essere dannoso. L’intossicazione da vitamina D causa l’eccesso di calcio nel sangue, responsabile di alterazioni anche molto gravi, tra cui sintomi neurologici, cardiovascolari, gastrointestinali, renali e muscolari. L’intossicazione non si verifica per un eccesso di vitamina D assunta con la dieta o con l’eccessiva esposizione solare, ma a seguito di uso inappropriato degli integratori.

Integratori: sì o no?

L’integrazione di vitamina D deve avvenire sotto controllo medico, ed è riservata a particolari categorie di individui. Nei bambini fino al primo anno di vita l’integrazione di vitamina D, in gocce e al dosaggio di 10 microgrammi (400 unità internazionali) al giorno, viene normalmente prescritta per prevenire il rachitismo, facilitare l’assorbimento del calcio, a favore dei processi di acquisizione della massa ossea e dello sviluppo di una buona dentizione, e per agevolare la chiusura delle aree non ossificate del cranio, la cosiddetta “fontanella”. In generale, se i livelli di vitamina D sono inferiori a quelli desiderati, è possibile assumere degli integratori a base di colecalciferolo.

La vitamina D viene prescritta sotto forma di gocce, flaconcini, capsule molli o film orodispersibili da assumere giornalmente, una volta alla settimana oppure con cadenza mensile o bimestrale. Nella popolazione adulta le più recenti indicazioni suggeriscono l’inizio della supplementazione di vitamina D, per livelli inferiori a 20 ng/mL, e in categorie di individui a rischio come: persone istituzionalizzate (persone in strutture riabilitative, ricoveri assistiti) donne in gravidanza o in allattamento, e persone affette da osteoporosi da qualsiasi causa od osteopatie accertate non candidate a terapia remineralizzante.

VItamina D e Covid-19, cosa si è scoperto?

Per il suo ruolo nel sistema immunitario e nel modulare i processi infiammatori, si è pensato che la vitamina D possa svolgere funzioni protettive nei confronti di Covid-19. Quanto osservato all’inizio della pandemia, infatti, suggeriva che le tipologie di individui con maggior rischio di sviluppare forme gravi di Covid-19 coincidessero con quelle caratterizzate da una carenza di vitamina D. Alcuni lavori scientifici hanno evidenziato che i soggetti con livelli bassi di vitamina D vanno incontro più facilmente alle complicazioni dell’infezione e richiedono ricovero e ossigeno terapia. È stato quindi ipotizzato che aumentare i livelli di vitamina D potesse prevenire la gravità della malattia, ma gli studi condotti finora non hanno fornito risultati conclusivi.

Stefania Cifani

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