Autismo – parte 2
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Autismo
I disordini dello sviluppo dell’autismo hanno un forte impatto sulla vita familiare, conosciamoli meglio. I disturbi dello spettro autistico sono un gruppo eterogeneo di disordini dello sviluppo. I tratti comuni sono un deficit evidente nell’interazione sociale e nella comunicazione, e la presenza di comportamenti ed interessi ripetitivi. Si tratta di un disturbo più diffuso di quanto pensi il sentire comune, e conoscere meglio questo disturbo può aiutare le famiglie in una diagnosi precoce e in una migliore gestione.
Una diagnosi multidisciplinare
La diagnosi viene formulata dal neuropsichiatra infantile esperto in disturbi dello spettro autistico, con un protocollo che prevede esami clinici: l’Eeg con privazione del sonno, l’esame audiologico o i potenziali evocati uditivi, opzionalmente la risonanza magnetica dell’encefalo, esami del sangue, come lo screening per la celiachia e la funzionalità tiroidea. È prevista anche la valutazione comportamentale che comprende: la visita neuropsichiatrica infantile, la somministrazione di specifici test come l’Ados-2 (Autism diagnostic observation schedule-II edition), ovvero un’osservazione diretta e standardizzata del bambino specifica per i sintomi di autismo, e di interviste strutturate per i genitori. «Una diagnosi precoce, unita alla valutazione genetica, consente di indirizzare il paziente a terapie comportamentali e logopediste che sappiamo essere molto importanti e, in alcuni casi, portano anche in 6-12 mesi a miglioramenti» spiega Bonati «inoltre, abbiamo visto, che è molto importate il follow-up, cioè il controllo periodico clinico, del bambino con autismo: sia per migliorare l’approccio multidisciplinare sia per capire le cause plurifattoriali della comparsa del disturbo in quel paziente».
L’importanza della famiglia
L’intervento psicoeducativo per essere efficace deve essere precoce e intensivo e deve essere applicato sia in famiglia sia in comunità a partire dall’asilo nido o dalla scuola materna. Si tratta di un intervento di parent-training e teacher-training che vede genitori e insegnanti quale parte attiva nell’insegnamento di abilità di cui il bambino è carente. «Il ruolo della famiglia e dei genitori, che prima veniva denigrata, oggi è riconosciuto come fondamentale, sia per capire le cause, sia per aiutare il team di esperti a mettere a punto il migliore approccio terapeutico» conclude la dottoressa Bonati. Alcuni tra i modelli di intervento di efficacia scientificamente provata come l’Aba (Applied behaviour analysis) o l’Early start denver model (Esdm), condividono l’approccio comportamentale, ovvero basato sulla modificazione di comportamenti. Talvolta infine, può essere necessario associare una terapia con farmaci per controllare i sintomi come stereotipie o l’aggressività, tipiche del quadro autistico. Questi farmaci tuttavia non curano l’autismo, ma agiscono solo su alcuni sintomi.
Associazioni per l’autismo in piemonte
L’Angsa, Associazione nazionale genitori soggetti autistici, che ha una sezione torinese, riunisce genitori e familiari di persone autistiche di ogni età e livello di funzionamento per offrire un sostegno concreto alle famiglie, tutelarne i diritti, diffondere una corretta informazione e promuovere la formazione degli operatori di enti pubblici e privati. Non ha scopo di lucro, ma persegue finalità di solidarietà sociale, promuovendo la ricerca scientifica, l’assistenza sanitaria, la formazione degli operatori, il sostegno alle famiglie con l’obiettivo di tutelare i diritti civili a favore delle persone con autismo e con disturbi dello spettro dell’autismo, affinché siano loro garantite pari opportunità. Anche il Gruppo Asperger Onlus ha una sezione regionale in Piemonte: in particolare a Torino ha attivato uno sportello di ascolto e informazione ad accesso gratuito, previo appuntamento telefonico, pensato per offrire aiuto a genitori, fratelli e sorelle, insegnanti ed educatori.
I segnali da osservare
Ci sono alcuni comportamenti dei propri figli, soprattutto nei primi mesi di vita, a cui prestare attenzione e segnalare alla pediatra di libera scelta oppure al neuropsichiatra, che potrà così tenerli sotto controllo o rimandare ad approfondimenti.
- Dai 6 mesi d’età in poi, non sorride o non mostra espressioni di gioia.
- Dai 9 mesi in poi, non produce suoni o sorrisi o altre espressioni facciali, in alternanza.
- A 10 mesi, non risponde quando viene chiamato il suo nome.
- Raggiunti i 12 mesi, si ha assenza di lallazione.
- Dopo i 12 mesi, non condivide l’alternanza di gesti, quali ad esempio indicare, mostrare, cercare di prendere o salutare.
- A 16 mesi, non è in grado di produrre parole singole.
- A 24 mesi d’età non è in grado di produrre frasi di due parole che abbiano un senso compiuto (frasi che non siano imitate o ripetute).
- Ad una qualsiasi età, presenta una perdita relativa alle abilità linguistiche o sociali, o alla lallazione.
Chiara Romeo

